Riflessi evolutivi nell’infanzia tra legami e cure parentali: una questione di stile.

05.04.2017 12:30

Come sono arrivata a essere la Silvia di oggi? Perché ho questo carattere, come mi rapporto agli altri in emozioni e comportamenti? La risposta è: l’educazione ricevuta in famiglia, il carattere già calmo fin dall’infanzia ha fatto il resto, salvo poi chiudersi come a protezione dell’interiorità a seguito della separazione genitoriale, che mi “adultizzò” prima del tempo tra impegni e responsabilità, acuendo la vocazione educativa col processo resiliente, quando ancora l’Università era lontana. Vi sembrerà fuorviante la premessa, ma ha una sua ragion d’essere. Nel mio caso, l’evento e la famiglia residua sono stati la “palestra” formativa di vita, tra pensieri, criticità varie e comportamenti, ciò che sono ora da adulta è dipeso da come ho vissuto quel periodo e come i miei genitori pur separati, mi abbiano cresciuto secondo un loro stile. Il tema centrale di questo pregevole e utile libro “I bambini non nascono cattivi” dell’autrice psicologa Maria Tinto è proprio lo stile genitoriale (clima emotivo) espresso in famiglia, considerata come una “palestra”, i cui “attrezzi” basici sono: affetto, cura, rispetto, protezione, accudimento, ascolto, dialogo, amore, aiuto, supporto, che opportunamente “dosati” si riflettono a livello psicofisico nel nuovo essere in evoluzione. Il libro si compone di 6 parti e tanti paragrafi, all’incipit e a margine sono riportate due poesie elaborate da Maria che, tra le pagine trasferisce qualcosa del suo essere madre, quindi con cognizione di causa, con un linguaggio discorsivo e comprensibile “naviga” nel cuore di famiglie tra coppie di genitori e figli, narrando “spaccati” di storie vere. La copertina stessa è palesemente semplificativa, lo sguardo incerto e le orecchie tappate di questa bellissima bambina ci ricordano uno dei “modus” infantili di fuggire da qualcosa di terribile e/o incomprensibile per via dell’età e della temporalità “ferma” al presente. Devo deviare, perché tra le pagine ho notato similitudini con altro libro da me recensito, che parlava del “rumore” che i bambini fanno per comunicare disagi, bisogni, dolore, emozioni, attenzione, per es.: attraverso il pianto, il “linguaggio” primordiale del neonato che tutto richiede ai suoi caregiver, in primis i genitori. Il genitore arriva al suo ruolo con uno specifico background esperienziale che bypassa la teoria (non esiste una laurea che prepari) e lo mette direttamente a contatto con la vita e il “modus educandidella sua infanzia lo trasmette al proprio figlio, a sua volta futuro “fruitore assorbente” di “messaggi” su tv, giornali, web che appresi inconsapevolmente possono produrre “etichette” sull’altro sesso, cito un esempio dell’autrice: “femminuccia”, un bambino che piange lo si apostrofa con tale termine, facendo passare il “messaggio” di fragilità emotiva delle femmine. Come ricorda la pedagogista Maria Montessori, il bambino ha una mente “assorbente” del bello e del brutto che vede/sente attorno a sé in famiglia, che un’educazione sia “tossica” o meno mostrerà i suoi effetti in età adulta, soprattutto nella “costruzione” di legami extra-familiari. L’autrice affronta anche il tema della violenza domestica sulla donna, tristemente di attualità: una relazione nasce “sana” ma col tempo può degenerare, producendo serie ripercussioni psicofisiche sulla vittima e sui figli, che se presenti ai maltrattamenti, subiscono la violenza assistita e non potendo reagire attivamente soffocano nell’anima le emozioni di quell’istante, ma lo sguardo e le chiusure comportamentali saranno più rivelatori. Così come la violenza nel libro è definita “oceanica” per la vastità delle espressioni e i danni conseguenti e “camaleontica” per l’adattamento agli eventi in forma più o meno subdola attuata dal cattivo di turno, vorrei trasformare quegli aggettivi da accezione negativa a positiva: oceanica” e “camaleontica”” riferiamolo alla vastità d’interventi in territorio per monitorare e supportare queste donne, adattandoli a esse con fare empatico e protettivo e ascolto non giudicante, per il graduale e lungo recupero psicofisico verso nuovi orizzonti. Questo libro non è una fiaba ma sua morale finale si palesa_i bambini di oggi saranno gli adulti di domani, i genitori avranno un compito delicato e importante, lo spiego con una metafora: i nuovi nati sono come piantine da far crescere rigogliose e armoniche, perché ciò avvenga, hanno bisogno di costanti attenzioni da parte dei giardinieri, la quantità e la qualità delle cure si “apprezzeranno” nel corso degli anni e sarà l’adultità a mostrarne i riflessi.

Dr.ssa Silvia Ferrari

Pedagogista teorica, Blogger educativa.

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